lunedì 30 ottobre 2006

Il poeta è un fingitore

Finge così completamente

che arriva a fingere che è dolore

il dolore che davvero sente.

Fernando Pessoa, Una sola moltitudine

domenica 29 ottobre 2006

Cuba tres jolie...


Ieri ho provato, in un chiaro stato mentale alterato, un sigaro.
In realtà non l'ho solo provato, me lo sono fumato tutto. Vabbè, ci sta. La mia lista delle 12450 cose che non ho mai avuto modo di fare ancora è stata spuntata di una tacca.
Il popolo tutto gioisce festante.
Per dovere di cronaca devo sottolineare la provenienza caraibica dello stesso. Un Fonseca servitomi come se si fosse trattato di un oggetto particolarmente prezioso ed invidiato. La cosa gradassa però è stato il rum Havana invecchiato di 14 anni portato come accompagnamento.
Devo dire mi sentivo molto Hemingway.L'atmosfera faceva troppo Cuba anni '30.
Detto questo, 2 piccoli accorgimenti utili per chi si appresta all'avventura:

1. Considerate che fumare un sigaro di dimensioni impensate lascerà nella vostra bocca un sapore di scarponi di alpino putrefatto per almeno le successive 24 ore (ed io da piccolo idiotes non lo sapevo...);
2. Sigaro Fonseca e rum Havana vi costano come due Boxer D&G della linea sport (ed anche questo...ahimè non lo sapevo...altrimenti...).


A proposito...fumare fa male. La mia era perversione.

giovedì 26 ottobre 2006

Orfeo

Se qualcuno lo ha visto passare...se qualcuno lo ha notato avvicinarsi con aria un pò così, se qualcuno ha ascoltato la sua voce chiamarmi...bhe, ecco...si faccia avanti.
...Penso passi da qui prima o poi...lo aveva promesso ed io sono qui in attesa. E si che è malato, e si che è ubriaco. Ma voglio andare con lui...alla luce del giorno.
Se qualcuno lo dovesse vedere...gli dica che io CREDO.
In lui.
Nelle sue mani.
Penso sia questo il momento. Lo sento addosso. "E' un caldo richiamo perchè ho bisogno di svegliarmi". Voglio ritornare alla vita.
RITORNO ALLA VITA.
Se qualcuno lo vede...gli dica che sono qui.

Ve ne prego...

giovedì 19 ottobre 2006

Incontri ravvicinati del IV tipo...


POCO FA UNO SCOIATTOLO, SULLA MIA TERRAZZA, MI GUARDAVA CON ARIA DI SFIDA!
SONO MOLTO STANCO!
MA COME CAZZO FA UNO SCOIATTOLO AD ARRIVARE AL NONO PIANO??
RIBADISCO:
SONO MOLTO STANCO!

lunedì 9 ottobre 2006

Please


LET ME.
KILL MYSELF.
LET ME.
KISS YOUR LIPS.
LET ME.
SUCK YOUR BLOOD.
PLEASE. LET ME. ADORE YOU.

domenica 8 ottobre 2006

Sempre di fronte...

Conoscere l’altro, banco di prova dello sguardo antropologico.
Ma se l’altro fosse radicalmente tale, senza alcuna somiglianza, analogia, coincidenza con il soggetto portatore dello sguardo, convenzionale detentore dell’identità, resterebbe definitivamente irraggiungibile nella sua alterità, monolite in conoscibile, impossibile interlocutore di un impossibile dialogo.
In effetti l’identico tende a ritrovare nell’altro, al di là delle puntuali differenze, i tratti che rinviano alla comune umanità e che consentono ad ambedue una reciproca conoscenza. Possiamo conoscere l’altro, in quanto egli è come noi; è una diversa, eppure analoga se non identica, formulazione di noi stessi.
L’antropologia rappresenta, in questa prospettiva, il nostro sforzo di ritrovarci nell’altro, di rifletterci in esso. Se ci rispecchiamo nell’altro per conoscerlo e conoscersi, l’antropologia si costituisce di fatto come ininterrotta, anche quando inconsapevole, autobiografia, frutto del nostro sforzo inesausto di comprenderci attraverso l’altro, di comprendere l’irripetibile paradigma di umanità che rappresentiamo per noi stessi, soggetto e oggetto di discorso, inizio e approdo di itinerari di conoscenza, che non potrebbero essere se uno dei due termini venisse a cadere. L’antropologia è a mio avviso, sempre e comunque autobiografia, ma questo non va inteso come celebrazione di un’impossibile autarchia, se non, addirittura, autismo.
Lo sguardo antropologico parte dal soggetto e a questi ritorna. Ma dopo un viaggio necessario in cui ha incontrato l’altro e si è impegnato profondamente a conoscerlo.
La conoscenza di sé, frutto della tensione antropologica, non è la stessa di quella che si avrebbe comunque, senza l’intenso lavorio di cui qui si discorre; è conoscenza arricchita di questo itinerario extra moenia, è conoscenza frutto del colloquio instaurato con l’alterità; è, integralmente e compiutamente, sapere, se sapere è “superare la resistenza dell’alterità”.
Ho detto dello sforzo di rifletterci nell’altro, del nostro specchiarci in lui.
Si delinea così il tema dell’antropologia come specchio. Ma l’antropologia consiste essenzialmente, come si è appena detto, in un’interrotta, anche se quasi sempre inconsapevole, autobiografia. Lo specchio allora rinvia ad un altro specchio, si riflette in esso e questo a sua volta rinvia le sue immagini al primo, che le restituisce in una sequela automolteplicantesi, perché non di uno specchio soltanto si tratta, ma di una pluralità di specchi e, quindi, di un’estesissima molteplicità di immagini.
L’antropologia, così, non è più soltanto lo “specchio dell’uomo”, ma una stanza degli specchi, che trasmette al singolo uomo una miriade di immagini, in un groviglio di sguardi incrociatesi, attraverso i quali gli uomini dicono il loro bisogno di non essere soli, la loro esigenza di un senso, purchessia, del loro esistere.
Victor Turner sottolineando che “riti, drammi e altri generi performativi sono spesso orchestrazioni di media, non espressioni di un unico medium”, polemizzano con alcuni strutturalisti che hanno sostenuto che “si emette lo stesso messaggio con codice media diversi per meglio sottolinearlo mediante la ridondanza. Lo stesso messaggio in media diversi è in realtà una serie di messaggi che variano leggermente l’uno dall’altro, poiché ogni medium aggiunge il proprio messaggio generico al messaggio che veicola”. Per Turner “il risultato è qualcosa di simile a una stanza degli specchi - specchi magici, ognuno dei quali riflette le immagini che gli giungono rimbalzando da uno specchio ad un altro.
Nel mio discorso, l’espressione stanza degli specchi, assume un significato più ampio, volendo comprendere con essa l’intero ambito antropologico, il suo interrogare interrogandosi, il suo inesausto tentativo di decodificare la molteplicità dei linguaggi, spesso criptici, che accompagna l’umana fatica di essere nel mondo senza restare schiacciati da una irrimediabile datiti.
Stanza degli specchi come luogo ideale nel quale, attraverso l’infinita rifrazione di parole e immagini si rendono possibili juxta propria principia – perché soltanto juxta propria principia sono possibili – le nostre strategie conoscitive, che realizzano un nostro costitutivo desiderio di conoscerci conoscendo. Rifrazione di parole e immagini attraverso la quale si dispiegano e si riflettono gli umani linguaggi e multiformi codici per intenderli.
Ma anche gli specchi non sono innocenti; ce lo ricordano fra gli altri Schnitzler. Il protagonista della sua Fuga nelle tenebre si reca nella stanza da bagno, che, lo si vedeva bene, solo per esigenze di tempi nuovi riconosciute a malincuore, da una qualche soffitta inutilizzata era stata adattata all’uso attuale. Una lampada giallastra nel soffitto diffondeva scarsa luce nello spazio senza finestre, e attraverso lo specchio bislungo, che pendeva ad una parete in una liscia, vecchia cornice dorata, andava dall’alto al basso un’incrinatura.
L’incrinatura segna, deformandolo, il nostro volto rispecchiatosi e il nostro tempo è insidiato dalla percezione che noi stessi, come ha visto un poeta cieco “siamo il nostro ricordo/ un museo immaginario di mutevoli forme/ specchi rotti in un mucchio”.
Luigi Maria Lombardi Satriani
La stanza degli specchi

venerdì 6 ottobre 2006

Week playlist...life playlist

One of these mornings. Esco, scappo, dalla metro. Provo ad andar dritto ma qualcosa ancora mi tiene legato, un senso, che non c’è, tutto il resto che mi attanaglia. But until that morning. Nuotando nell’aria. Si. Così. Voglio scappare così. Veder fino a quando,il senso, che non c’è, ancora sublima il resto, tutto il resto, che mi sblocca bile… e nera, e gialla. Lullaby. Honey, n-n-nothing's going to harm ya, No, no, no no, no no, no...Don't you cry — cry. E non riesco proprio. Un grammo di gioia nel tuo sorriso. Se tu sapessi LA pena. Non respiro. E non è nebbia ma fumo, denso, e si taglia e si soffoca. Cammino lungo una via che sembra già la stessa e vado alla ricerca del solito brivido di sempre, quel volo libero che io giuro, è stato e ancora risuona il senso, quel senso. Una lacrima. Solo una lacrima. Vederti piangere. Maledizione. E scende, la lacrima, nel mio camminare lungo una via che già odio di immenso. Madonna Janis accompagnami tu. Madonna Nico salvami tu. E mi sorreggono le braccia e sembro volare sopra il resto, tutto il resto. Cause everybody knows She's a femme (he’s a male) fatale The things she (he) does to please She's a femme (he’s a male) fatale She's (he’s) just a little tease (tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease tease) See the way she (he) walks Hear the way she (he) talks… E non si può. Ma è reale l’impotenza. Provo per poco ad immaginare le sue, le tue, le nostre parole. Non riesco proprio. Un limite, stavolta il mio. Mi sento semplicemente SOLO. Che è strano, si. Perché ancora non mi sono abituato. E dire che il mondo mi viene a coprire dal male che c’è, in me. E invece sanguino di luna e mare. Il mare. Bestemmio il suo nome in notti di pioggia. Solo perché non è alla mia portata. Alla mia mano. I want to walk Into the light Day has turned cold Hold back the night What will become Of you and I We had a dream Don't let it die Just hold back the night. Do you wanna be, wanna be My dying day My darkest hour My overdose. Can I be your OVERDOSE? Please. Continuo a muovermi sorretto in qualche modo da mani amiche. Mi giro, mi sposto, mi rendo partecipe alla vita che tutto intorno mi scorre serena e volgarmente pacifica. A place for u in my heart suona un po’ come un offesa ma è Madonna Tracy che vomita il suo male nella mia testa che gestisce sempre meglio il dolore ed il malessere altrui. E non si abitua al proprio. Gente miserabile. Gente inetta e bianca. Remembering Your touch Your kiss Your warm embrace I’ll find my way back to you If you’ll be waiting If you dream of me like I dream of you In a place that’s warm and dark In a place where I can feel the beating of your heart. Ed un sorriso colora il volto di sembianza nuova. Una maledizione sbattuta in mezzo agli occhi quasi mi rende sereno e consapevole delle capacità interminabili,infinite, instancabili del mio voler restare e non tremare. E si, sono fortemente daltonico. La bellezza è quella. Dono io, colore mio, all’essere, si, così improprio. Taffy stuck, tongue tied Stuttered shook and uptight Pull me out from inside I am ready I am ready I am ready I am...fine I am covered in skin No one gets to come in Pull me out from inside I am folded, and unfolded, and unfolding I am colorblind. E non sono più 15 giorni e 7 ore, da quando ho perso quel fottuto senso. He said boy u better try to have fun No matter what you'll do But he's a fool `Cause nothing compares Nothing compares 2 u. Fanculo. Ovvio. Nothing compare 2 u. Just Nothing. Ovvio. Fanculo.E continuo a camminare. E mi passa tutto. Come sempre. Come al solito.
Dolce è il dolore che porti negli occhi, quanto il perdersi dentro di te. Ed il lieve infuriare di rabbia che porti aggrappata alla fragilità. Dormi che è meglio pensarci domani alla muta distanza che scorre tra noi quando non sei vicino a scaldare i miei sogni, quando i sogni nemmeno son qui.
Just nothing compares 2 u. E’ come sempre…veramente…come sempre…e fanculo tutto.

giovedì 28 settembre 2006

Notturno bis

Di pane e denti (o Missing your Wonderland)
Abbracciami. Straziami. Sorridi dell'eterno. Ti sogno di vita e voli di sensi. Raccontami una storia. Raccontamene due. Ti vedo, ti amo, ti lego d'infinito. Adorami. Leccami. Grida il tuo venire. Salva il nostro nome e colora il tuo avvenire. Ascoltami. Piangimi. Respira la tua aria. Inquina il mio desiderio e rendi complicità. La musica, la tua. La mia, la musica di sempre. Cantami, Salvami. Reca il tuo dolore. Recita la tua parte e riprendi a sanguinare. Il folle il mago, il malato d'amore, la giostra del silenzio muove lo spazio del suo ardore. Cambia il cielo e il colore dell'aria, una lama dall'alto nell'abisso del re. Geme. Trema. E non mollare, il santo nel sepolcro continuerà ad amare. Abbracciami. Straziami. Fatemi vostro. Sire, la prego mi tolga il respiro. Raccontami una storia. Raccontamene due. Soffiami il giorno e saremo in due.

martedì 26 settembre 2006

18.Maggio.2005

Dovunque. Comunque. Per sempre.
Voglio avere il tuo deserto.

lunedì 25 settembre 2006

Non mi perdo


Va così. Ti svegli una mattina con ancora addosso l’odore di una piccola impresa capace di rigenerare l’assoluto senso dell’essere sereno. Rivivi con un giro di giostra i momenti e le risate, le rincorse e quei pantaloni che proprio non volevano stare su. Vedi con semplicità il significato ultimo del valore della musica; il senso della musica, direbbe qualcuno. E ti perdi perché è giusto che vada così. Ti perdi. Un misto di sensazioni che pervadono il tuo essere li in attesa, appoggiato ad una ringhiera, gli occhi sbarrati da un senso di appropriata circostanza, chitarre, tante, luci e un colore viola, che al meglio rende la giusta atmosfera settembrina. Ti svegli con addosso una sensazione nuova. E ti piace. Perché hai ancora davanti a te ore da gestire con cura, e ci tieni a quelle ore, perché pensi ti ri-diano aria rubata, poi chissà per quale motivo. Funziona l’avvento e attendi. Attendi uno, due, tre giorni.
Ma alla fine è così.
Come è sempre stato. Giusto e scorretto. Risuona un De Luca che non amo più. Perché ha sempre ragione nel dolore, quello li. E ritorna un misto di apprensione, tensione, euforia e voglia di casa, e voglia di mare. È tanto il tempo perduto. Penso troppo. In fondo non aveva un senso, e non sono qui per sfinimento. Si lo so. Non ti sfinisci mica. E che sei sempre uguale. Anche io. Fingi di non riconoscerlo. Lo sono,lo sai. E risuona sempre quel De Luca che mi infligge una lama. Quel due. Ormai doppio. Ormai non più contrario. Ed è Autunno finalmente.
L’anno muore.
Guardo il mare e non te ne accorgi. Ho tanto da dirti. E vorrei parlare per ore. Ma come sempre gestisci tu le emozioni, le mie. Come sempre. E sento l’autunno finalmente.
Partirò?
Non so.
Adesso non voglio. Non vorrei. Perché domani invece, bhe…domani invece si parte. E come al solito si arriva un po’ tardi agli appuntamenti. O troppo presto. E quella storia del destino, dei treni persi e di quelli presi, di quelli pieni e di quelli santi, mi suona come un evento pre-scritto. In parte mi piace. In parte mi intristisce.
Lascio sensi. Da ricostruire a distanze. Lascio situazioni che non conosco più.
Lascio una pura gioia.
(Nell’altitudine) ti ritroverò..
Frequenta quel corso. Quello suggerito.
Non mi piace, quel parlare…così…terra terra. È un tradimento. Abbiamo un trascorso. Che nulla aveva, di terra terra.
Continuo a guardare il mare fino a quando decide lui. E quasi piango. Per tutto. Ho aspettato così tanto. E il gioco degli specchi continuerà a farci litigare. Sfotti e sono contento. Spero sempre tu stia bene. E possa stare bene. Spero sempre tu sia sereno. Continua ad esserlo.
Dimmi del IV capitolo. Contestualizza il mio esserCI.
Welcome 2. Lookbook.
Va così.
Vedo il tutto da dietro un vetro. Tira il vento.

E dentro piove.

domenica 24 settembre 2006

In volo libero sugli anni andati ormai


01. E' lui altissimo, non sono io il nano.
02. Volevo morirgli vicino.
03. Su mondo Cattivo ho perso cognizione di buon senso.
04. Enormi Peppe Servillo e Ginevra Di Marco. (C'era anche Cisco, per cronaca ecco).
05. Non avevo la mia Nikon. Ho bestemmiato in lingue morte.
06. Leggerà la mia tesi.


Matte, ti ho pensato ieri sera. E sorridevo.
23.09.2006

giovedì 21 settembre 2006

Lei è Dio

Here we are now...

With the lights out its less dangerous

Here we are now

Entertain us

I feel stupid and contagious

Here we are now

Entertain us

A mulatto

An albino

A mosquito

My libido

YEA

mercoledì 20 settembre 2006

martedì 19 settembre 2006

Perchè leggi Montale?


Fluisce fra te e me sul belvedere un chiarore subacqueo che deforma col profilo dei colli anche il tuo viso.Sta in un fondo sfuggevole, reciso da te ogni gesto tuo; entra senz’orma, e sparisce, nel mezzo che ricolma ogni solco e si chiude sul tuo passo:con me tu qui, dentro quest’aria scesaa sigillare il torpore dei massi.
Ed io riverso nel potere che grava attorno, cedo al sortilegio di non riconoscere di me più nulla fuor di me; s’io levo appena il braccio, mi si fa diverso l’atto, si spezza su un cristallo, ignota e impallidita sua memoria, e il gesto già più non m’appartiene;se parlo, ascolto quella voce attonito, scendere alla sua gamma più remota o spenta all’aria che non la sostiene.
Tale nel punto che resiste all’ultima consunzione del giorno dura lo smarrimento; poi un soffio risolleva le valli in un frenetico moto e deriva dalle fronde un tinnulo suono che si disperde tra rapide fumate e i primi lumi disegnano gli scali.
... le parole tra noi leggere cadono. Ti guardo in un molle riverbero. Non so se ti conosco; so che mai diviso fui da te come accade in questo tardo ritorno. Pochi istanti hanno bruciato tutto di noi: fuorchè due volti, due maschere che s’incidono, sforzate di un sorriso.
-Perchè leggi Montale?
-Ma sai, non sò. Viene da sè.
-Viene da sè...

sabato 16 settembre 2006

venerdì 15 settembre 2006

Have you reconcilied with God?

Tutto questo è così debole. E fragile. E non capisco più niente. Mi continuo a perdere. Ciclica la perdizione. Non mi trovo più. Salto e affondo.
Non ci credi ai surrogati dei sensi.
Non ci devi credere.
Se vuoi sentirla una cosa. Non ci devi credere.
Se vuoi essere autentico. Non devi crederci.
Sbatto la testa su quel muro che mi divide in 2. Risuona la storia dei sensi. E del mare. Della sua salsedine in aria. E la sento. Ti giuro. La sento. Credimi. È sempre la stessa.
Non siamo mai andati al mare.
Sbatto la testa perché quella storia del surrogato proprio non mi va giù. Sbatto la testa, fino a spaccarmela, perché è storia di terzi. E mi rode l’anima.
Non siamo mai andati al mare. E adesso mi chiedo perché.
Bisogna essere più forti del destino.
La domanda è la stessa.
So la risposta.
Sai. La. Risposta.
Tutto questo è così debole. E inutile.
Non sei ignorante. Non sei malato. Educami ad essere corretto (in ogni crimine). Educami ad essere scorretto (in ogni crimine). Tu che puoi. Tu che sai. Tu che vuoi. Tu che dai.

Vorrei. Andare. Al. Mare.
Adesso.

Mi affogherei...

Stai bene se non torno mai?
Stai bene se non torno mai?
Stai bene se non torno mai?
Stai bene se non torno mai?
Stai bene se non torno mai?
Stai bene se non torno mai?
Stai bene se non torno mai?
Stai bene se non torno mai?
Stai bene se non torno mai?

MAI...

mercoledì 13 settembre 2006

To my Femme Fatale, To my Fatale Sister

Across from behind my window screen
Demon is dancing down the scene
In a crucial parody
Demon is dancing down the scene
He is calling and throwing
His arms up in the air
And no one is there
All of them are missing as the game
Comes to a start
No one is there
Some are calling, some are sad
Some are calling him mad
No one is there
Across from behind your window screen
Demon is dancing down the scene
In a crucial parody
Demon is dancing down the scene


Nico è una figura tragica, controversa, sfuggente, una delle personalità più sconcertanti della storia del rock. Bellissima, a tal punto da odiare lei stessa la propria bellezza e proiettare il suo fisico in un tunnel di autodistruzione che la rese più simile a un puzzle in procinto di disgregarsi in mille pezzi che a una musa o a una dea di un culto pagano suo malgrado vivo e profondo. Una donna sola, apolide per scelta, imperscrutabile con un voltoenigmatico da tragedia greca e il fascino ambiguo di una vita intensa. Ex modella, attrice principiante, musa della Factory di Andy Warhol, voce dei Velvet Underground, quindi artista solista e ancora attrice impegnata in pellicole non commerciali, è diventata un'icona tragica e silenziosa che non si annovera tra le leggende del rock perché ha vissuto buona parte della sua vita artistica lontano dai clamori e dal music business.
Cinica, egoista, eroinomane, incompresa. La sua fu un'esistenza oscura sul precipizio di un abisso interiore, e come la sua arte, anche la morte di Nico, sacerdotessa sepolcrale del rock, resterà per sempre avvolta nel mistero.

martedì 12 settembre 2006

La Dama Bianca


Prova a seguirmi adesso. Non ti perdere, sta attento. Ti soffio il racconto di una notte.
Riesci ad immaginare un abbraccio mentale di musica e stupore? Fuochi e piogge? Anime e spettri? Ecco, il mondo come lo avevamo sempre rincorso e rivisitato ha preso forma…tutto in quella notte. Cammino spinto dalla musica e mi perdo. E mi sento vivo.
La danzante rincorsa dal poeta che trova salvezza sotto una pioggia lunare; animo e commento privato, scheggiato da una lacrima nera di poeta, sfiancato da bellezza umana ed effimera. Congiura e sciagura dell’essere per così breve tratto vivo, e si sofferente. Una pioggia stellare che rincuora corpo triste e stanco. E ancora quella lacrima nera che riga il volto malato e bianco dell’innamorato andato, vittima della sua creatura mutilata di immortalità, pronta al martirio vertiginoso in cambio di una carezza lacrimevole di un cielo illuminato a festa, in una notte d’estate che volge le sue spalle al vento fresco di un settembre nuovo e quasi passato.
Il rabbino vecchio e storpio che addita la città di Praga, santa e diabolica, dalle mura di una rovina nuova e perfetta nella sua rovinosa decadenza. Una magia di tempi passati che riempie lo sguardo di decenze sconcertanti e pensieri che ti alienano al di fuori di ogni possibile e plausibile concezione. Deliri di alchimisti che si inseguono nelle viuzze nere e sacre sotto lo sguardo attento e avvilente di Rodolfo II. Inventori di nuvole operanti trasfigurazioni e cambiamenti delle forme del mondo, attraverso un gesto di pittura, attraverso il suono di una poesia, per mezzo di elaborazioni della parola di maghi e ciarlatani. Spiriti richiamati dall’arte all’arte. L’antica Zatla Ulicka negli occhi per ri-entrare in uno sconcerto di simbiotiche emozioni, appartenenti ad un medioevo di sensi e certezze ultime.
Il funambolo altalenante, capace di toccare le stelle per raggiungere la sua preziosa creatura bianca. La salita obliqua di un corpo piccolo verso il cielo grande e buio. Una rincorsa che lo porta a rivivere un volo che non si saprà mai gestire dal basso stabile e lontano. Le ali che vedi, che non hanno, che mancano, per la consapevolezza del salto liberatorio. Una creatura bianca, lunghi capelli, neri notte, che sale sul funambolo per pace ricevuta, soffia un desiderio lontano a mò di segreto storico d’avventura, salta e sembra volare sulle nostre teste che incredule aspettano il mattino per risveglio sereno e consapevole. Una voce che narra il dolore del funambolo altalenante pronto a raggiungere la luna e il cielo per la sua amata, sempre, creatura bianca. Il volo liberatorio e gli occhi che chiudendosi regalano un sorriso atto ad un buon senso andato.
Un volto nero, di donna giovane e forte. Una archeologia industriale le regala lo sfondo così idoneo alla sua immagine. Colori che si rintracciano lungo un filo di speranze metalliche e che la inquadrano in un contesto di arte impopolare. Sorride di un sorriso che esce misterioso più della volontà impressa. La addito, stupito di un gioco così riuscito. Illuminata di rosso alveare guarda i passanti nella loro dinamicità, e il suo sorriso regala un moto di stizza per la sua staticità. Sembra dare un benvenuto inquietante la donna nera illuminata di rosso, sorride di colori impropri e decido di proseguire noncurante delle sue forme. Passa un lui, distratto dalla polvere e mi perdo in occhi che regalano tutt’altro. Sorridiamo e lasciamo la donna nera illuminata di rosso, a quanti ancora si ritrovano e si riperdono nei suoi trascorsi andati.

Una città in forme e colori. La musica continua a trascinarmi in contesti alieni ed esaltanti. Amo la gente che non odio. Ed è riprova il mio essere qui in attesa del volo ponderato. Si parla di eresia, nel cuore dell’ignorante. Si parla di eresia, nella mente del malato. Tutto questo brilla di scioltezza, e mi sento libero. Mi sento vivo. Non sono morto, e adesso rincorrendo una dama bianca lungo le ore di una santa notte mi ritrovo a respirare e sentirmi, dire, eccomi ci sono. Raggiungere un equilibrio in-stabile che mi faccia battere il polso e ribollir il sangue, sentir battere le tempie al ritmo di un rinascimento. Tutto quanto quello che si andavo dicendo, e cercando, e sognando, in notti di tristezze primaverili, di caldi e giorni, adesso rivive, lungo il sentiero, percorso dalla mia dama, amata ed incantata, capace di sforzo impresso nel cervello, capace di vita e degna di sospiro finale.
Non è eresia parlare e vivere di arte. È questione di degenza capace di offuscare. Togli bende, solo se vuoi. Riaggancia i sensi, trovali e proteggili. È il continuo divenire che la dama, nella sua danza mostra con eleganza e volontà.

Ed è respiro breve. La notte è solo iniziata.
Si danza, come tutti i figli di Dio sono soliti fare.
Si danza, si respira. Consapevolezza di Libertà e Vita.

Consapevolezza di Arte e Vita.