sabato 22 luglio 2006

IOME

E mi ritrovo in una parola, in un gesto, in un sorriso, in una lacrima. Guardami, guarda i miei occhi, puoi leggere dentro il disgusto? Puoi leggere l’insoddisfazione? Puoi leggere il dolore? Puoi leggere la volontà di chiuderli?
Dimmi che puoi farlo anche se non puoi, dimmi che vuoi farlo anche se non vuoi.
Dov’è la realtà?cos’è reale? Cos’è giusto?e perché ciò che rimane è ingiusto?
Cosa ha senso? Trovami il senso, trovami le risposte che mancano, mangia il mio disagio e rendimi libera.
Non ve lo dirò mai, non potrò dirvelo mai e per questo sarò sempre sporca, ingiusta, inopportuna. Ciò che odio: la sporcizia, l’ingiustizia, l’essere inopportuni.
Ciò che rifuggo da sempre è parte di me tramite voi, tramite te, tramite me.
Giocano loro, rincorrono la palla, gli altri guardano e ridono, qualcuno da qualche parte starà piangendo. Lo immagino con la sua sigaretta in una mano e la pistola nell’altra, lo immagino ferito, lo immagino dolorante, lo immagino senza più pensieri, libero, libero dalla schiavitù creata da noi stessi.
Chi siamo?dove andiamo?perchè siamo?
Perché cazzo non rispondete?
Dove siete?
Che volete fare di noi?
Quanto ancora il mio cuore dovrà penare per la ricerca di risposte a domande inquiete, credi davvero ci siano risposte?
Perché tutto quello per cui combatto ha sempre un colore sbiadito, perché per una volta le cose non possono andare come minchia vorrei che andassero, perché tutti mi amano solo nel modo in cui loro vogliono amarmi e mai nel modo in cui vorrei mi amassero?
Dove finisce l’oceano?
Perché mi chiedono di parlare se poi le mie parole spaventano?
Perché le mie parole hanno senso solo per me?
Perchè nessuno mi chiede mai se ho paura di me stessa?
Ci riempiamo la bocca di stronzate, ci riempiamo la bocca di stronzate, goccia su goccia, lacrima su lacrima; ci ritiriamo prima che diventino vita, prima che possano diventare ossigeno, prima che si possano trasformare in essenza.
Lasciatemi da sola, chissà che i miei pensieri si stanchino e mi lascino andare a dormire, lasciatemi ai miei 360 gradi e tenetevi i vostri 180.
Nascondetevi, nasconditi, tanto mi nascondo anch’io.
Perché nessuno mi chiede se ho paura di me stessa?
Credi davvero che sia facile convivere con cotanta agitazione, fermento, ansia, angoscia, malinconia?
Lo credi davvero?
Ti sbagli cazzo. Ti sbagli.
Non c’è nulla di piacevole nel tremare, non c’è nulla di piacevole nella morsa allo stomaco solo perché stai camminando, solo perché ieri hai visto qualcosa che ti ricorda oggi e che ti ricorderà domani.
No, non c’è nulla di piacevole nel sottile conforto di sentirsi meno stupidi, meno idioti, meno ignoranti. No, mi spiace disattendere i vostri pensieri ma non c’è un cazzo di piacevole.
Ridatemi la mia vita, toglietemi tutto questo e riempitemi di merda, guarderò qualcun altro rovinarsi la sua con inutili congetture planetarie.
Ridatemi la mia vita, ridatemi la vita di chi la mattina trova un senso ad alzarsi, ridatemi la vita di chi sa che domani ci sarà qualcosa per cui vale la pena vivere, ridatemi una vita del cazzo, una vita di merda, la vita più stupida che possiate darmi. Lasciatemi in pace, liberate il mio cervello, spogliatemi di questa malinconia, spogliatemi di questo male di vivere cazzo.
Ridatemi la mia vita e non chiedetemi nulla in cambio.
Ho già pagato.
IOME

lunedì 17 luglio 2006

AGG


Sei stato tu a scegliere Solo bugie per vincere Anche stanotte vuoi distruggermi Come fai sempre Non voglio piu’ combattere Il cuore e ‘ un arma da fottere Le tue parole sono lividi Sulla mia pelle Grazie del sole che e’ stato Tenerti vicino Dentro di me Grazie di questo amore Senza paura piu’ forte di noi E prendimi Abbracciami Che te ne fai ora di me In questo fuoco andato in lacrime Non sento niente Grazie del sole che e’ stato Tenerti vicino Dentro di me Grazie di questo amore Senza paura piu’ forte di noi Dolce com’e’dolce il pensiero che resta Ora dopo ora io ti perdo ora per sempre Grazie Di ogni tuo sguardo dentro di me Dolce così dolce il pensiero che resta Ora dopo ora io ti cerco vattene adesso Lasciami il tuo silenzio Spegni la voce Le luci accese.
GRAZIE

venerdì 14 luglio 2006

...come noi li rimettiamo ai nostri debitori...


E adesso cosa pensi di fare? Beh qualcosa dovrai pure inventarti. Se è vero quello che sempre mi è stato detto. Quello che voci illuminate mi hanno vomitato per oltre 20 anni di vita, beh qualcosa ti devi per forza inventare. Altrimenti sono cazzi. Come si suol dire: grossi cazzi. È l’occasione è questa. Non puoi lasciare che vada a finire in questo modo. Non è conciliabile con quegli indorati sospiri che continuano ad alitarti addosso. Tutto puoi. E tutto vuoi. Allora cazzo adesso fatti vedere, fatti sentire, perché se così non sarà allora dovrai subire e ricevere quanto odio sia capace di generare una realtà così imposta. È una minaccia. Si è vero. Fanculo il mondo. Fanculo tutto. Sto aspettando che si faccia vivo qualcuno mandato da te. Chi minkia vuoi. Adesso ti aspetti preghiere. Quelle voci illuminate continueranno ad invocare il tuo beneplacito sorriso. Io non voglio né sorrisi né concili, voglio lei, sana. Devi farlo, perché tra le voci illuminate c’è sempre stata la sua, più o meno stonata all’interno di un coro che sempre ti ha trastullato sonante. La sua voce è sempre stata pronta per te. E adesso cosa pensi di fare? Beh inventati qualcosa. La mia è si una minaccia. Aspetto un gesto, un messaggio o messaggero capace di riportare quanto è stato tolto per non si capisce quale regola “divina”. Cazzo divina. Dettata. Da. QUALCUNO. Io sto aspettando. Ma ho fretta. Ho molto fretta. Devi intervenire. Altrimenti non pensare ad altri incensi vocali. Non pensare che io sia capace di non interrompere questa farsa attraverso le mie peggiori ingiurie. Non sarei capace di sentirti mai più pronunciare. Lo reputerei malevolo e sconveniente. Lo riterrei fottutamente volgare come queste mie parole. Lei è la vita. Non puoi agire in questo modo.
Se quelle voci illuminate mi hanno vomitato merda in oltre venti anni, non lo so. Adesso muovi il culo. Intervieni. Magari non ascoltare questo pazzo che ti invoca tra le lacrime. Ma ti prego lasciala a noi. Aiutala. Aiutaci. Aiutala. Aiutala.
Cazzo ti prego.
Fai.
Dio.

giovedì 13 luglio 2006

E se non torno + ?

Finalmente. La certezza. Taske vuote. Me ne parto!

mercoledì 12 luglio 2006

Hands in my pocket

Munch. Vergine. Leone. Telefono. Verdena. Suskind. Sedia. Chitarra. Cotone. Letto. Ferro 3. Cuore. Jun*. Ale. Ali. Porta. Klimt. Mela. Marlene. Sasso. Occhi. Mani. Ipod. Pc. Bambù. Pensatore. Yoshimoto. After. Fede. Mondo. Michelangelo. Afghanistan. Baricco. Incenso. Infradito. Maglie. Mondo. Parigi. Donnie. Darko. Gabri. Jun*. Tesi. Carmen. Eva. Bianco. Jeans. Pace. Verde. Occhiali. Lampade. Bracciali. Piercing. Gazzelle. Adidas. Terzani. Cartier Bresson. Luminal. Isabella. Monete. Segnalibro. Tazza. Emergency. Xanax. Pass. Colonia. Jun*. Enik. Marocco. Egitto. Quint Buchholz. Mare. Oceano. Oceanomare. Rabbia. Philip Borges. Olmo. Shorts. Amplesso. Brasile. Deserto. Sigur. Rosso. Control. Ghiaccio. Haruki. Dante. Albe. Tè. Dreamers. Lettore. Scatole. Adriano. Samaritana. Sophia. Roma. Polonia. Bauhaus. Smashing. Aria. Acqua. Specchio. Una casa. Sul mare. D’inverno. Jun*. Ewelin. Gauguin. Irlanda. Lorena. Bianco. Nero. Berlino. Stazione. Zoo. Ragazzi. Berlino. Desideri. Cellulare. Costume. Busta. Scontrino. Lupin. Nikon. Turchia. Vienna. Siderno. Lokri. Cefalù. Cappello. Ovidio. Moleskine. Shangai. Liceo. Sha Sha. Palalottomatica. Corano. Antropologia. Carotenuto. Alberto. Manuel. Cristiano. Londra. Cezanne. Righe. Tondelli. Eastpack. Neruda. Fabrizio. Rossella. Matite. Inchiostro. Cenere. Profumo. Faro. Montale. E i suoi doganieri. Una casa. Sul mare. D’inverno.

martedì 11 luglio 2006

X ki nn vuole ali


Verso casa la pioggia minaccia la calma di questa pianura ma io non sento niente se non la tua assenza chiassosa assenza Verso casa mi lascio abbracciare dal canto di questo dolore perché la vita non si è intonata con la tua voce limpida e ingenua, limpida e ingenua, limpida e ingenua.. Quante volte tornerai in un pianto inatteso nel ricordo più intenso luce che muore al tramonto in un giorno qualunque di luglio Verso casa il sole risveglia i colori di questa pianura nulla è cosi evidente come la tua assenza chiassosa assenza Perché la vita non si è intonata con la tua voce limpida e ingenua, limpida e ingenua, limpida e ingenua.. Quante volte tornerai in un pianto inatteso nel ricordo più intenso luce che muore al tramonto Quante volte tornerai in un pianto inatteso nel ricordo più intenso luce che muore al tramonto in un giorno qualunque di luglio.

PAOLATURCI

venerdì 7 luglio 2006

Festa


Che minkia d’ora è?dio sono le 4 e mezzo. Ho un mal di pancia da parto. Giornata alquanto lunga quella di oggi. Iniziamo bene. E adesso che si fa? Se mi alzo ed esco dalla camera i miei si inquietano di brutto e mi kiedono con cortesia preoccupata di tornarmene a letto. Bene. Pensare dunque. Musica. Chiaro. Mi sparo fortissimo nel cranio un Onan di serate amare. Le cuffie sono quelle nuove. Provo ad alzare le tapparelle della mia porta finestra. Fuori ancora nn c’è luce. Sento neanche troppo lontane le macchine rincorrersi l’un con l’altra. O forse no. O forse si. Seguono un orario. Rincorrono l’alba. Penso a chi si trovi già, o ancora in macchina a quest’ora del mattino, o della notte. Non decido se buttarmi nella consapevolezza della giornata nuova o se ancora trascinarmi ed aggrapparmi alle ore del giorno passato. Vado di Verdena fino le 6. non ce la faccio più. Necessito di colazione. “non ce la fai a dormire?” no. “come stai?” come vuoi che stia? Sto male, sn agitato, ho paura di fare la minchiata proprio alla fine, temo il giudizio. Odio il giudizio. Sto agitato mà. “è normale!” si penso di si. “Andrà benissimo”. Speriamo. Sono disfatto. Che buono quel profumo di caffè appena fatto. Aroma di sentimento casalingo. Caldo. Riconosciuto. Mangiamo assieme. La mia tazza è verde, c’è il disegno dell’africa, con tre bambini stilizzati, sono colorati e si tengono per mano. Nella tua mà c’è il colore dell’Asia e i bambini non si tengono per mano, giocano separati. A volte uso la tua tazza mà, lo sai? Se ci penso non ricordo mai una volta, mai una mattina senza il caffè, o caldissimo nella sua macchinetta, o tiepido nel suo barattolo di vetro. E mi trovo con sguardo a palla su 2 tazze di mondo altro. Me ne torno in camera dopo passaggio di sbarbo e doccia sul fresco. Adesso la stanza è illuminata da aria di mattino. Attacco i Sigur e chiedo loro una parvenza di calma incondizionata. Chiudo gli occhi e già mi vedo su di un molo invernale. La mia stagione. La mia sensazione preferita. Mare, crepuscolo. Gelo. La compagnia unica. Quella ricercata. “che ascolti?” sono i Sigur, mi danno calma. “sicuro che non ti agitano ancora di più?” ecco qua, sminkio profondo. La mia musica appartiene ad una razza rara e bastarda. Povera. Milàno parte da Takk e premo tasto rip. Andrà per i prossimi 40 minuti. Le possibili bestemmie del vicino mi vestono di insipienza. Alzo il volume e sorrido. Il primo sorriso del 6 luglio 2006. inizia fase vestizione. Mi incamicio et incravatto. Mi inpinguino a dovere e sono pronto per la mattanza di neuroni. Fase uno: arrivare al cubo predestinato, sedermi, far finta di essere altrove. Fase due: aspettare conforto. Mi trovo dentro. Penso e ripenso a nomi che sanno di esotico e carta gialla. Penso e ripenso a nomi che sanno di umido e sentimenti bruciati. Nella testa si muove un filo di illogiche sensazioni; quelle che pervadono l’animo nei momenti di sclero, per cui tu ti trovi ad aver a che fare con tutto quanto quello che non c’è, con tutto quanto quello che vorresti ci fosse, e naturalmente, ovviamente, non c’è. Si inizia. Passano con insipienza un certo numero di rachitiche ed oscene. Madonne di mari e linguaggi di provincia. Cimiteri montani e il peso di Dante. Altro non sento. Arrivi tu Jun*. E altro non c’è. Mi si accelera il mondo, e sono contento. Sei la mia sottile linea bianca. Ecstasy catartica. Ciao. Ciao. Perché mi hai chiamato? Perché sei una testa di cazzo, magari nn ti ricordavi. Sei stupido Andre. La vuoi adesso?che cosa? Nn fare la stupida. L’hai fatta verde? Bhe…a me piace, se vuoi te la faccio fare di un altro colore. Sei stupido Andre (si sono un cretino) Ma ti devi sposare? Hai visto che figo?di la verità. Sono proprio bello oggi. Sei stupido Andre (si sono un coglione). Emozionato? Si un po’(mento ferocemente, potrei scappare). Avanti c’è posto. Voglio stare qua. Bene. (cazzo le lacrime no, ti prego dio, nn fare scendere quelle lacrime) fai il bravo. E mi dai uno skiaffo. Si continua. Ripassano con ancorata insipienza altre tizie che meriterebbero l’ergastolo per oscenità pubblica. E si passa da Menandro a psicologie generali. Paesi marini e il sempreterno rompikazzo di Dante. Venga il candidato Andre. Ecco potrei svenire. Sai che spettacolo grottesco. Presentazione che sa di altra storia. Viso amico. Albe. Dio grazie Albe. Ed inizio di mia storia e sentimento. Mi si chiede di me in qst storia. Sa di me. E nessuno sa di più. E vorrei vedere le facce, entrare nelle teste di chi sta dietro. Mà, Pà, chissà che state pensando. Chissà se siete orgogliosi. Chissà se mi volete più bene dopo tutto questo. Ed ecco quel rapporto malato che si crea tra il poeta ed il malato d’amore, le vicissitudini relative ad una relazione amorosa vissuta come patologia di intenti che lascia interdetti ed incapaci di prosieguo. “Vedere il Ferrari inserito in un contesto sociale di provincia bruciata dalla vita e la fuga di salvezza nell’origine ciclica di realtà alternative. Il parallelo inoltre tra le visioni poetiche artistiche del Ferrari con quelle di Agnelli e di Godano, cavalieri esemplari della poesia alternativa che affrontano le realtà umide ed annebbiate di amori passati e dolenti. Inoltre i contesti, realtà di sfondo, e fondo, all’interno dei quali prende a muoversi questo grido di esternazione. Ambienti nuovi, fuori dalla logica d’insieme del sociale sotto vetro, che rispecchiano in maniera anomala e trasgressiva un’esigenza interna di inadeguatezza al mondo. La crisi di presentificazione dell’io che si manifesta nella fuga in Paesi delle Meraviglie, sola possibilità che si ha, in coscienza, per riuscire a divincolarsi dalla Fine dei mondi”. Non mi rendo conto di un emerito cazzo. Parlo e parlo. Mi si ferma e mi si domanda. Rispondo e continuo. Mi si richiede altro e rispondo a quest’altro. Per noi tutti può bastare. Applauso. Ho finito. Mà, Pà. Esco. E la gente mi sta subito addosso. La gente mi vuole bene. Strano non trovi? E non voglio altro che stringerti. Ti vedo che stai piangendo.mi viene da piangere. E la gente mi ferma e si congratula. Ti sposti verso la porta. Sembra che gli altri non ti vedano. Cazzo fatemi passare. Ti fai sempre più piccola e continui a piangere. Dio. Dopo, arrivo dopo, adesso devo andare da Jun*, dalla mia Jun*. Auguri e strette di mano. Grazie e grazie. E fanculo fatemi passare. Jun*. Non penso di aver ricevuto abbraccio tanto intimo e prezioso. Ci siamo trovati dentro. Tu in me. Io in te. E solo tu. E solo noi. Grazie. Perché sei e sempre sarai. Ho sentito i tuoi singhiozzi. Ti ho fatto sentire i miei e non lo farò mai più. E te ne vai. E mi lasci ad amici e parenti. Grazie per essere venuta. Grazie per essere. E mi ritrovo immerso in una situazione staccata. Vedo toghe. E sono nere. Vedo fiori. E sono girasoli. La gente mi sorride. Ed io sembro un piccolo campione. Mi si proclama dottore. Il voto fa invidia. Massima degenerazione dell’autoesaltazione dell’io. Sorrido di gusto questa volta. E vedo Fede. E vedo Mela. E vedo gli altri. Mà, Pà. La sera è altra storia. Quella del 6 è vissuta così.

lunedì 19 giugno 2006

Raccontami una storia...


Jun*??...dimmi!...no, niente...??...


Jun*??...sono qui...raccontami una storia...che storia???...???...una storia che sappia di te, e che sappia di me, e che sappia di noi…un velo…bianco, e il mare.

Jun*??...dimmi!...raccontami una storia…ok.

I pensieri…che cosa strana pensare. Che strani i pensieri di Jun*.
Quasi non esistono.
ESISTERE. Pensieri esistenti non ci sono…altrimenti non sarebbero pensieri…e che cosa allora? VITA. Quando non pensi è l’attimo in cui vivi. Trovalo! Io lo cerco. Ma cercarlo e fugarlo. Jun* aspettava. Sapeva di non stare vivendo. Pensava uno strano nome. Mormy. Esistenza indefinita.
Mormy era il pensiero di Jun*.
JUN* ASPETTAVA QUEL GIORNO CHE L’AVREBBE VISSUTO. VIVERE…UN VELO. PER PAURA o altro non veniva mai chiamato col proprio nome questa poesia. Mare. O cielo. O velo. Ora velo. L’amore.
L’AMORE, UN VELO…HAI PAURA DI DIRLO. POTREBBE SCIUPARSI. TROPPO DELICATO E’ QUESTO NOME. SOLO A PENSARE. Pensare il velo…e l’amore potrebbe svanire. Perché è bianco. Tra le lenzuola, bianche. Intatte. Ancora pulite, per non sciuparle. Mormy non poteva consumare delle lenzuola bianche.
Nella poesia non c’è tempo. Niente deve essere consumato troppo presto…

Il mare non finisce. Il mare non è come le storie inventate…il mare non inizia. Il mare non è come le storie inventate. E le lacrime…in effetti le lacrime hanno sempre un sapore dolciastro. E il retrogusto è mare. Ma nelle lacrime puoi morire senza soffocare. Il mare…è diverso. Lì continui a vivere. Anche soffocato nel corpo cullato dal mare alberga l’anima.

Trema Mormy. La cosa più straziante…Mormy non vorrebbe. Ma ha freddo. Quanto freddo che c’è in ognuno di noi. Uomini finti. Uomini veri. Ognuno paga le conseguenze di ciò che è. Perché si è sempre qualcosa. Mai nulla. Cenere che vola e si disperde…nel mare…mare e onde. Onde e musica…mai nulla. Cenere alla fine tra la sabbia su una spiaggia mai vista o pensata e solo ora vissuta…mai nulla.

Jun*??...dimmi!...ti voglio bene…

Andre??...dimmi!...no niente…

sabato 10 giugno 2006

இ___E___இ


Freddo, pioggia, musica.

Si cammina, si continua. Il quotidiano ripetersi pare coglierlo e distrarlo.
Passo deciso il suo. Sicurezza e fierezza. Bellezza e lucidità.
Testa alta. Occhi bassi. Solo lui può.

La pioggia non gli è indifferente. La sente in faccia e la sente in corpo. Gli entra quasi dentro, e quando sorvola, sorretto da vuoto di memoria e fasullo sentimento, la pioggia tintinna in sé.
Non gli piace. Non sa come evitare.

Alla gente lui non è indifferente. Non può essere indifferente.
Il ponte segue il suo incedere. Il ponte spia il suo passare.

Parrebbe normale - lo è - e lo sa.
Parrebbe speciale - lo è - e non lo sa.

Conosce la musica. Glielo si legge negli occhi. Conosce la musica per quello che è, e non per quello che la gente pensa che sia. Sa di stelle del nord la musica di oggi: ibernanti incendi di ori lontani.
Lascia impreparati la sua voglia di conoscenza. Lascia interdetti la sua conoscenza. Lascia straniti la sua parvenza di tranquillità.

La pioggia inizia ad infastidire. Il freddo si fa pungente.

Il ponte segue il suo sguardo. Il ponte spia la sua eleganza. Occhi neri e mani grandi. Vuoto e casa. Ma lui non pare nasconderlo (il vuoto) e fa delle sue mani la casa dei più.
La gente lo ammira, non per quello che è, ma per quello che pensa lui sia. E spesso non coincide. Cosa questa che gli è totalmente, giustificabilmente, indifferente.

Tragitto lungo il suo. Sotto la pioggia pare un ombra: una di quelle che attira gli sguardi colorati e festanti.
Non ha tempo. Lo rincorre ogni qualvolta.
Le stelle ibernanti di oceani lontani gli ricordano, col passare, di affrettarsi.
Sa bene quel che vuole e la sicurezza è cosa sua.
Passa tra le gente. Vede altra gente. Scorge un maschera…nera.
Deve andare.
“Lacrime di Dio” non cessano di cadere nelle sue orecchie. Attimi confusi e bagnati lo spingono in aula.

E’ dentro.
E’ quasi pieno.
Le lacrime cessano.
Seconda fila. Esterno.
Inizia un racconto su tangenze di infiniti. Sorride e non si perde.

இ___J___இ


Freddo, pioggia, musica.

Si cammina, lungo la via, verso l’inatteso.
Si decide di percorrere quei passi senza troppa convinzione, come chi sa ed è li a sorridere.

La pioggia pare non sentirla. Il disturbo è più negli altri che la vedono così, strana…viva si direbbe. Così riluttante a coprirsi…o forse semplicemente non ci pensa.
Chissà a che pensa si pensa nel seguirla.

Strana ragazza lei. Lei no, non è normale, il che ne farebbe un qualcosa di speciale. Strano tipo lei.
Ricerche di straordinario paiono sfiorarla.

Sembra accompagnare la pioggia nel movimento circolare della vita…la sua. E’ una danza. Sembra conoscere la nostalgia, trovarne il volto velato e triste nella folla colorata di un ponte festante e portarla con sé, nella sua danza, sotto una pioggia che le bagna un sorriso.
E’ musica d’oriente quella che ha in testa. Musica di un settembre in Turchia. Musica che spazza i pensieri come un vento che ti accarezza, ti parla, e pensi quasi che ti voglia bene.

Strana faccia la sua…fa le mosse. Profondi occhi i suoi…credi ti comprendano, credi ti capiscano, credi ti rendano nudo, pensi siano lì ad aspettare proprio te. Bocca ricercata la sua: uomini e donne l’hanno sognata nella storia una bocca così, pensi che uomini e donne l’abbiano cercata nell’arte una bocca così.
La pioggia comincia ad infastidire. Il freddo si fa pungente.

Comincia ad affrettarsi, l’aula è lontana, la lezione meno.
Ragazzi colorati l’avvicinano sotto pioggia. Fanno tenerezza. Lei sorride, cordiale come una sorella. Sorride, non si ferma. Sorride sincera, bisogna dirlo, ma non si ferma. Vuole arrivare a lezione.
E’ riconosciuta sul ponte. La gente sembra vedere in lei quello che non c’è in loro: alcuni se ne contentano altri meno.

Cammina lungo la via. La musica non si ferma. Il vento vuole parlarle, lei pare ascoltarlo…lei pare capirlo…e sorride.

Ponte
Porta
corridoio
scala interna
si scende…

un piano
un secondo
corridoio
porta
aula
dentro.
Poca gente ancora.
Il Bosforo d’autunno sa di poesia.

Cammina con le cuffie in testa. Bagnata, la testa e non solo. Sguardo attento ma rilassato il suo. C’è ancora tempo. Siede. Prima fila esterna. La musica tace.
Prende un libro dalla sua borsa e inizia a leggere di una spiaggia tra le ultime colline e il mare nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato…sorride e si perde.

venerdì 9 giugno 2006

இ___M___இ


Freddo, pioggia, musica.

Si cammina, lungo la strada, verso la sera.
Si cammina percorrendo quei passi che sembrano rievocare quotidiane distrazioni.

Musica. Sono gli amici Afghan ad accompagnare il suo sguardo. Dietro il nero della maschera i suoi occhi vanno all’impazzata come bussola di dogana. Seguire il suo movimento: improbabile. Capire il suo movimento: impossibile.

Prosegue. Passo lungo il suo. Meno deciso dell’ipotesi. Faccia pulita la sua, più di quello che lui ritiene necessario. Sorriso sornione e sincero il suo. Sa di jolly, sa di non esserlo. Vuole non considerarlo.

La pioggia inizia ad infastidire. Il freddo si fa pungente.

Idea del cazzo quella di andare a piedi…quanto meno discutibile. Il ponte è percorso da gente originale.
Originale lì sta per strano, anomalo, non sistematico. Lui: normale…il che di per sé sa di speciale. Non si sa perché: forse è la musica…quella che ha dentro, quella che si sente nel passargli accanto…quella che si pensa di intravedere dietro la maschera…nera. E’ musica di ancestrale sbattimento la sua…ancestrale sbattimento che in realtà sembra segnarlo ed evidenziarlo all’altro. Per questo sembra amato…per questo è disprezzato.

Pare non rendersi conto del colore che il ponte sembra emanare sotto quel grigiore di pioggia e nebbia. E’ come se tutto ciò abbia ai suoi occhi un interesse alquanto limitato.
Ma in fondo la sua è pur sempre una maschera…nera. Dietro c’è un modo di vivere il ponte, il colore, la pioggia ed il grigiore di difficile lettura. Magari l’interesse non è neppure limitato, semplicemente non c’è…magari no.
Il problema? La pioggia. Portarsi un ombrello? Troppo furbo per lui. Troppo impegnato per i ragazzi in giallo e rosso, in blu e verde, troppo impegnato ad allungare il passo. Il giorno dopo leggerà di una pacifica e colorata dimostrazione di un gruppo di studenti. Per cosa manifestavano? Gli sfuggirà dalla lettura. Alla prossima pensa di essere presente. Anche lui vestito di giallo e rosso, di blu e verde. Spera solo che piova quel giorno. Anche lui vuole fare il triste clown sotto la pioggia a manifestare. Anche lui come Hans, con le sue opinioni.

Opinioni che il frangente pomeridiano bagnato ed annebbiato fa abortire con sistematica coerenza e velocità.
Buon proposito? Arrivare in orario a lezione.

Il freddo imbarazza. La pioggia penetra. La musica non si ferma.
Gli amici Afghan hanno lasciato spazio all’amico Manuel. L’aula si avvicina. Facce conosciute cominciano ad incontrarsi. Facce sconosciute si incrociano nell’imbarazzo.

Finalmente dentro. E’ bagnato, ma tizi lo sono più di lui. E’ rincuorato.
Terza fila. Esterno.
Manuel tace su Bombay .
Inizia la lezione. Finge attenzione e si perde.

sabato 3 giugno 2006

X Jesus/Bauhaus

Here we are stuck by this river You and I underneath a sky That's ever falling down down down Ever falling down Through the day as if on an ocean Waiting here always failing to remember Why we came came came I wonder why we came You talk to me as if from a distance And I reply with impressions chosen From another time time time
From another time

venerdì 2 giugno 2006

Abbracciami

Io veramente non volevo.
Mai avrei chiesto tutto questo.
Mi sembra esagerato. Mi sembra inadeguato.

Quel sangue che mi hai regalato con la coscienza di 21 anni di inferno lo avrei vomitato.
E adesso torna a te.
Lo avrei rispedito al mittente. Sbiancato e asciugato ne avrei fatto polvere bagnata da buttare addosso al passato.
E adesso ricambio il danno.
Tuo sacrificio, donna povera e abietta, mi ha imprigionato. E neppure un corpo da linciare mi rimane per soddisfare l’ira. Regalo funesto, la vita, quella vita in questo scorcio di regione rossa. Nulla mi arrise da quella volta in cui…
Nulla si rivelò semplice e piacevole da quella volta in cui…
Per te è stato normale e necessario. Per me è stato maligno ed egoista.
Graffi e schiaffi. La vita pretende e non sono pronto ancora a gestirla tra le dita. Le vicende mi fanno oggetto di loro piacere e mi chiedo perché, donna sorda e reietta, il tuo dono di tanta speme, lacrime e bile mi hanno portato. Non posso rendere grazie, al tuo gesto insensato e liberatorio. Non posso guardare al tuo fare in maniera grata e compiaciuta.
Voglio gridarti il mio disprezzo, donna piccola e malata.
non avevi il diritto di alcuna speranza a venire su di me.
Il mondo mi dilania e ghettizza. E sono un debole e fallito.
­­_________

Mi fa male la testa. E ti penso piangente. Ma proprio non ce la faccio.
Adesso torno a te. In fondo era questo il mio destino. Non dovevi abbandonarmi qui, in questo scorcio di regione nera. Dovevamo stare insieme. Era quello che il tuo dio ti aveva dato in dono. Sei andata contro, e la mia non è stata esistenza, ma sopravvivenza.
Mi fa male la testa in maniera nuova e meno cupa.
Sento che scorre dentro e non mi va di vedere la muffa. Non mi piangerà nessuno, mamma.
Solo tu starai chiedendo a quell’angelo ghignante ti intervenire. Lascialo alla sua luce riflessa. E non gridare. E alla fine non ti odio. Lo sai.
Sono quasi sereno adesso.
La testa non mi fa più male. E voglio solo chiederti il perché.
Mamma non mi guardare così. Ora è meglio, veramente. Non sono soggetto di alcun realtà. E qui manca la chiave del sole.
Sento che scorre fuori e non mi va di vedere più niente. È un caldo frizzante mamma, ma non piangere cazzo, mi rendi la morte malata. Il tuo amore, mamma, adesso ti ritorna addosso. Sono quasi arrivato.
La testa non la sento più.

L'acqua si macchia e mi avvolge...

E cado in acqua. Che mi avvolge...

Mamma non piangere.

Sto venendo.


Abbracciami.

mercoledì 31 maggio 2006

Raccontami una storia...

Jun*??...dimmi!...no, niente...??...

Jun*??...sono qui...raccontami una storia...che storia???...???...di treni e stazioni, di lacrime e respiri, una strada e una spiagia, un graffio...un luogo che chiami casa...

Jun*??...dimmi!...raccontami una storia...ok

Asfalto bagnato. Ombrelli. Corse di uomini. Bambini per mano. Qualcuno si ferma in mezzo alla folla. Si ferma per prendere tempo.

Bordi di strade. Scorci di vita. Graffi. Sangue. Alla gola. Graffi.
L’impossibilità di ingoiare ciò che ti lascia un esistenza ti graffia la gola.
Stazione e treni. Lei è stazione che aspetta il treno sul quale poter salire…per non morire.
Non basta respirare per vivere.
Non basta respirare.
Vivere è cosa assai più difficile.
Quando riesci a sentire lo spessore dell’aria che respiri.
Quando ti fermi bagnato di lacrime e sangue in una strada qualsiasi, davanti ad una stazione qualsiasi e dici :”ora io devo partire”…
Eppure il fischio del treno è sempre lo stesso di mille anni fa
Sei tu a sentirlo diverso.
È questa la verità.
Quando lo senti dentro sei pronto a partire, eppure il richiamo è sempre lo stesso. Il treno è sempre lo stesso. Ma ora…sei pronto a partire. Non più stazione morta. Non vuoi più morire.
Ora
Sentire solo l’odore di un esistenza smarrita e solo
Ora
Ritrovata.
Non esistono storie precise. Solo confusione. Tanta.
Da perdersi.
E poi ritrovarsi dentro te stesso e poi sopra un treno che pensavi ti portasse chissà dove. E invece…
Torni a casa…
Finalmente torni a casa.
Perché si torna sempre a casa. Prima o poi.
Se tu solo potessi capire cosa sia per me la casa…
Capiresti…
Io credo tu riesca a capire cosa sia per me la casa.
Io credo tu sappia dove sia la mia casa.
Jun*??...dimmi!...perdonami…

Àndre??...dimmi!...ti voglio bene…

lunedì 29 maggio 2006

Raccontami una storia...


Àndre??...dimmi!...no niente…???...

Àndre??...sono qui…raccontami una storia…che storia???...???...di occhi verdi e mani grandi, di silenzio e musica, un velo, un richiamo, il blu….un luogo in procinto di sparizione…

Àndre??...dimmi!...raccontami una storia…ok.

Immagina un mondo. Grigio. Ma non grigio grigio. Più un grigio verde. Il cielo è chiaro. È sempre grigio, ma è più un grigio nebbia. La terra è nera, ma non di tenebra. È più il nero di lava. Immagina questo mondo strano. Tralicci. Solo tralicci. Di legno poi…di certo non il massimo.
Il silenzio. Nella nebbia solo il silenzio.
Che musica il silenzio.
All’improvviso un ombra. Anzi non è un ombra.

È vero non è un ombra. È una donna!!
È vero è una donna.

Ma è nera?!?
È una donna. Nera. Bellissima.
È un angelo?!?
Certo.
In questo mondo?!?
È caduta.
Da dove?!?
Dal blu
Capisco…
Gli occhi…
Cosa?!?
Gli occhi…i suoi occhi…
Verdi?!?
I più bei occhi di sempre…i più bei occhi con i quali sia mai stato visto il mondo…
Ma sono solo verdi!!!
I più bei occhi che l’arte abbia mai desiderato…
Verdi?!?
È un angelo. Nero. Con gli occhi verdi.
È un angelo!!!
È caduta. O meglio è voluta cadere. li…in quel limbo.
Perché mai?!?
Per parlare…
E con chi?!?
Con la gente…
Ma non c’è nessuno!?!
Qualcuno l’ha chiamata…
Chi?!?
Qualcuno, un richiamo sottile…un soffio…un velo. Qualcuno l’aspettava…
Ma non vedo nessuno!?!
Abbi fede…lo incontrerà…
Ma chi?!?
Lui!
Lui?!?
Lui…
Ah Lui!!!
È un uomo…
Bhe si…
Bianco…grandi occhi i suoi…grandi occhi neri. Profondi come un abisso…
Come la notte?!?
Di più…
Come la lava?!?
Come la terra…
Questi occhi l’aspettavano. L’angelo dico…era atteso…e piange…
Chi?!?
Il verde…
È rugiada…
Sa di sale…
Allora piange…
Prende le sue mani. Grandi, massicce mani…una casa, la sua nuova casa. E bagna quelle mani di
roccia e di piuma. I suoi occhi, terra, entrano in lei. La rendono nuda. Rendono l’angelo nudo…un che di artistico. Era così. E continua a piangere. Continua a bagnare la sua casa…
Casa?!?
Il suo rifugio…il suo fuoco…il suo amore…
Amore?!? È un angelo!?! Lei è amore!!!
Ha rinunciato…
Non capisco…
Per amore…ha rinunciato. Ha abbandonato il blu immenso…per amare. Ha sentito il richiamo della terra, e si è gettata. È scesa. Adesso è laggiù. È scivolata dal blu. Ha preferito amare! Ha preferito quel mondo, quel limbo…quel luogo in procinto di sparizione…
Ma lui è un uomo…
È lei un angelo…
Per amore…solo per amore…
Ma lei è amore!!!
Ora lo vive…l’amore…ora lei vive se stessa…
Capisci?!?
Capisco…
Ma allora spiegami…perché quelle lacrime?!?
Quali lacrime?!?
Dell’angelo…le lacrime dell’angelo!!
Quale angelo?!?
???...mah…era li…

Immagina un mondo. Grigio. Ma non grigio grigio. Più un grigio verde. Il cielo è chiaro. È sempre grigio, ma è più un grigio nebbia. La terra è nera
Come la notte?!?
Come la dama…


Àndre??...dimmi!...ti voglio bene…

Jun*??...dimmi!...no niente...



27.VII.2004

domenica 28 maggio 2006

Camere Separate

Legge, di preferenza il Vecchio Testamento,in particolare i profeti Isaia, Geremia e Osea. Alla base di questa scelta non c’è solamente una predilezione estetica, forse piuttosto il fatto che ancora lui non sente la redenzione arrivata nella sua vita; e i vangeli gli appaiono come tableaux di una fiaba che non comprende. Quando invece legge Osea, quando riflette sulla metafora per cui Dio sceglie di concepire il suo popolo dal ventre di una prostituta; quando considera il fatto che Dio si rivolge al figlio con il linguaggio dell’innamorato, quando lo vede chinarsi sul piccolo Israele per insegnargli a camminare, tenendolo per mano; quando lo vede adirarsi per il tradimento e per la sordità con la quale viene ricambiato il suo amore estremo, allora Leo avverte in sé la propria vocazione religiosa come qualcosa di irrinunciabile. Non gode della serenità del mistico, ma solo dei turbamenti di un anima votata alla ricerca.
Più volte gli è capitato di dire “non posso vivere senza Dio, ma posso vivere senza religione”. Poiché se ha abbandonato la pratica della religione in cui è cresciuto e attraverso la quale ha imparato a segnare il mondo, il suo ambiente, i suoi sentimenti, l’ha fatto per una inconciliabilità di fondo fra la sua vita e il suo misticismo. L’ha fatto non solo perché portava la sua emotività, ma anche la sua sensualità, nella ricerca di Dio. Nello stesso tempo vedeva la religione vissuta in modo sdilinquito, atrocemente svirilizzato senza la passione feconda, la recettività violenta della femminilità o l’esuberanza della virilità. Una religione senza sesso per gli uomini che hanno paura delle passioni e della forza dell’amore. Una religione accomodante, borghese, il più delle volte ipocrita. Mentre invece, anche nella sua silenziosa preghiera, lui era consapevole di mettere in gioco tutta la sua sessualità. Per questo leggeva Osea. Perché in quelle pagine non c’era una visione esclusivamente mentale del rapporto fra Dio e il suo popolo, ma una rappresentazione di corpi, di prostituzione, di abbandono, di delirio della separazione, di rabbia di paterna protezione. Come succede, da sempre, fra gli uomini che si amano.
A volte gli era capitato di pregare, mentre faceva l’amore. Il suo sguardo si distendeva sulla nudità del corpo con una devozione castissima, addirittura verginale. Sentiva il miracolo di avere accanto a sé la bellezza della creazione e di poterla contemplare in silenzio. Di poterla toccare, assorto, con le punta delle dita così come, con lo sguardo, poteva accarezza, in certi tramonti la montagna.

Io voglio vivere seguendo la mia natura. Perché la mia libertà deve essere giudicata dalla coscienza altrui? Perché devo essere biasimato per cose di cui rendo grazie? Questo è scritto nella lettera ai Corinti. E allora perché devo pentirmi? Io desidero essere felice. Come espiazione mi pare già sufficiente il fatto di dover essere vivo. Non sono stati dieci, cento, mille uomini a salvarci, padre, ma uno solo; e se è bastata una vita, una soltanto a riconciliare in Dio quella di miliardi di creature, questo può solo significare l’enormità del dolore di vivere. Io non posso amare la religione del cilicio e della pena. Io vorrei amare la religione della pienezza. Vorrei essere felice nella mia religione, perché la sto sentendo come un bisogno biologico, come mangiare, come bere, come fare l’amore. Ma voi sembrate non capire questo. Io cerco di parlare con sincerità, ma voi negate la mia stessa esistenza. Eppure per quello che lei o io ne possiamo sapere, anche i cani hanno un Dio.

PIERVITTORIOTONDELLI

sabato 27 maggio 2006

Veste di fiori

Siamo io e te, ragazza n°#1. Camminiamo lungo una via che conosciamo da sempre. Si intravede la neve sulla montagna e il cubo CUD. Siamo vestiti a festa. Pare chissà che. Una macchina si accosta e siamo già dentro. Ragazza n°#1, sorridi estasiata ed io neppure mi vedo. Il rosa della tua bocca illumina di sensazioni. Adesso è sera. Davanti a noi, un ragazzo, camicia nera, pelle abbronzata. Di fianco un androgino. Non so se è bello. Non capisco se è vero. Tu continui a sorridere, ragazza n°#1, e loro sono già partiti. La guida del tizio mi innervosisce. Siamo in movimento ma la strada si allunga, o si ripete con coscienza. Siamo in movimento ma lo stop è sempre lo stesso istante. Siamo fermi e una macchina, bianca, enorme si avvicina. È tutto fottutamente vero. Chissà chi cazzo sono. Minchia che femmina! Risate. Rido e anche tu fantastica ragazza n°#1 ridi. Siamo completamente strafatti. Riprendiamo. Stavolta siamo affiancati dalla cassa di rotazione bianca, ed è tutto rallentato. Ed è mattina. La sensazione è quella di tramonto o alba. Si distingue la luce ed il colore di pesca. La macchina di fianco è piena di fenomeni. C’è un ragazzo tutto bianco. Biondo e viso triste. E appoggiato e i capelli non seguono il vento. Ma perché piange?. Di fianco, in piedi c’è una ragazza bassa, mi ricorda sinead. È bianca anche lei. È bionda anche lei. Dall’altro lato della macchina c’è una figura grassa. Non mi piace . mi inquieta. È truccata, ed è una faccia che regala morte. Nel mezzo, ragazze in piedi tra catene e neri che si muovono danzando. Facce bianche e mosse sinuose. Ma chi cazzo sono? Tu ragazza n°#1 scruti con simpatia. Io con orrore.
Il tizio che guida, accelera e va sbattergli contro. Loro si incazzano e vanno via. Solo creature fumose. Il tizio che ci guida, inizia a muoversi e a dimenarsi. Vuole che lo si baci. Gli accarezzo il collo, ma lui vuole dell’altro. Ho paura. Va sempre più forte. L’androgino dice di seguire le curve. Che cazzo significa? Il tizio che ci guida, dà di matto. Lo bacio sul collo abbronzato e lui si alza. Da adesso ragazza n°#1 non ti vedo più. Il tizio che non ci guida, scompare. La macchina sbanda, siamo in curva di ponte. Ci muoviamo per seguire l’andatura contraria. Sbatte a destra. Si gira su se stessa. Sbatte a sinistra, di fianco, di centro. Si spaccano i vetri, rimbalza sulla destra, distrugge i cordoli ed è….il volo.
Le orecchie iniziano a fischiare come se due casse avessero amplificato la mia morte. Il tutto è così doloroso per essere così rallentato. C’è dell’aria che inizio a sentire ovattata. La sento umida e gialla. Non è più sera. E mi sanguinano naso e occhi. Le orecchie implodono. Cazzo! Mi sento la morte. Catastrofiamo in erba, ma non vedo la macchina. Chissà se hai pianto ragazza n°#1. io mi trovo in piedi. Do dello stronzo al tizio dalla camicia nera. E mi trovo in piedi. Penso cazzo ce l’ho fatta, sono vivo e vedo la gente che mi corre attorno. Ma che cazzo vogliono? Chi cazzo sono? La bocca mi si riempie di sangue. E mi vedo esterno. E sento male. La lingua mi si spacca per lungo e perdo parola. Vomito sangue. Provo a muovermi e sono ancorato. Voglio muovermi, voglio trovarti ragazza n°#1. dove sei? Come stai?. Non riesco a muover neppure un passo. E voglio muovermi, voglio trovarti ragazza n°#1. voglio viaggiare e vedere la spagna. Voglio correre e fare l’amore. Non riesco a dire neppure una parola. E voglio parlare. Voglio gridare. E mi sembra inopportuno morire così. Mi sembra sbagliato prendere il volo e morire così. Il sangue inizia a bloccare il respiro. Sento caldo e mi vedo umido di rosso. C’è una signora che corre verso di me: ha una veste a fiori e grida. Capisco che grida, ma non la sento. Non ho più le orecchie. Viene verso di me. E cado.
Faccia in giù. Crollo in maniera così leggera che quasi mi sdraio. Ma crollo e non è volontario. Sto morendo. Lo capisco. Lo avverto dal dolore sfiancante e dalla testa che si spacca. E vedo nero e voglio urlare. Sento una lingua che più non dirà e mi affogo di sangue. E piango un ultima volta.

C’è una ruggine.
E sento più niente.

RoMa



Sono pronto. Ti chiamo quando parto. Stai attento (ma come?parto per la Somalia?). Ok. Tranquillo. Un bacio a mamma. Parto. Ridicole ferrovie. Fermo per un ora e un quarto in stazione di mare. Non fa caldo prendo sonno. Primo controllo. Inizio a fantasticare su chi mi alita lo scompartimento. Ragazzo. Signora. Ragazzo. Dunque: militare. Signore. Universitario. Auricolari. Libro. Auricolari. Vabbè: la noia. Mi adeguo alla media e mi sparo di Takk. Mi perdo. Sono convinto non esista situazione esistenziale migliore per godere della musica. Quella che si è in grado, e in coscienza di poter definire tale. Mi sparo di Takk. È la musica che mi sta portando: ovunque, in viaggio. Che strano. È verso nord. Jun* ti ricordi? La musica verso il nord, sensoriale, fisico, atmosferico. Fanculo Jun*, chissà dove cazzo sei. Ti sento vicina come Laika. Sacrificio immemore. Pare che in quel di Praga, nel XVIII secolo, una donna o un uomo, adesso mi sfugge il dettaglio, si sia innamorata/o di un vampiro e si sia a lui sacrificata/o. Mi pare adesso fosse un lui. Si è fatto prendere, si è spogliato delle luci e si è perso per sempre nelle costruzioni labirintiche mentali di quel nostalgico. Immagino il momento di perdizione. E lo tengo per me. Lo so, centra un cazzo,ma il viaggio è lungo e ti penso Jun*. Pensa a quell’atmosfera 700esca in quel di una Praga invernale e buia. Labbra viola e pelli bianche. Senso. Cazzo Jun*: perdonami.
Il sonno mi porta dopo Napoli. Sto salendo. Nuovi volti. Una donna cattiva. Un ragazzo cattivo. Manca qualcuno. Sale una musicista. Ciao. Ciao. Che strumento è? Violino. Figata. Che bella che sei. Mi ricordi qualcuno. Non saprei. Imbarazzo. Fai l’accademia. Sei di Salerno, ma vivi a Roma. Che bella che sei. Prendi sonno, giovane musicista. Ed io ti seguo, nel sonno. Lo accompagno, il sonno, con Alberto e famiglia. Dio ma dove sono? Perché questo effetto? Ma che mi manca? Mi si sciolgono le ossa e torni su Centrifuga, irriverente come sempre, Enik. E dura un attimo. E te ne vai. Meglio. Non ho voglia di te.
Campagne tricolori scorrono e si rincorrono. Riconosco qualche paesaggio. Mi trilla il tutto. Ciao. Ciao. Dove sei? Bho!?! Bene…sto per arrivare. Sicuro. Come va? Annoiato. Manchi. Ciao. Ciao.
Sento del movimento. Il viaggio si conclude. Cazzo, eterno!! Dove sei? In centro. Ci si trova a casa? No arrivo, aspettami, mi sto muovendo. Ok, a dopo. Sorrido. Eccomi finalmente. Domenica di rientri. Un circo. Domenica di partenze. Ma che ho messo nella borsa? Un cadavere? Idiota me. Ci sono. Aria di Roma. Sembra Jakarta! Dove stai? Ma cos’è sto casino? “C’è una manifestazione di extracomunitari”. Ah!. “Vogliono il permesso”. Capisco. “hanno bloccato la strada per termini”. Bene! Dove cazzo sei?? Heilààà!!!!
Sorella ti amo! Ho fatto un po’ tardi, era tutto bloccato. Tranquilla sono appena arrivato (falsissimo). Lui, bhe… è lui. Ciao. Sorrido. Non mi piace. Che si fa? Io vado. Ottimo. Noi? La strada è improponibile. Propongo metro. Vada per metro. Come va? Sto bene. Come sei bella Fè. I capelli si sono allungati. Gli occhi ti brillano. Sei molto pink. Sei molto donna. Elegante e sexy. Sei mia sorella, se ti toccano li smonto. Se ti fanno piangere, non basteranno mosse a placare la maestria di modi per staccare organi vitali. Sono felice e un po’ stanco. Policlinico. Si scende. E allora? Che hai fatto? Da quanto tempo non ci vediamo? Sarà Pasqua. Già…sei fatta bella, di più. Si lo so. Modesta come sempre. Sei mia sorella. Ti amo.
Sei sola? No c’è N. capisco. Domani va via. Ottimo. Ma cosa cazzo ho messo in borsa? Dio come pesa. Ti pesa la borsa? No! Sei un falso! Sei una stronza!
Ciao! Ciao! Tu sei il famoso Andrea…e già. Non sono presentabile e puzzo. Tranquilla, il viaggio non l’ho fatto nel sapone, ho anche io le mie vergogne. Che bello! Che bello! Che bello! (…?????) fè la tua amica mi sembra Pucca, o Pimpa. È umana? Che bello! Che bello! Che bello! Accertato:se è di razza umana è di raro interesse come soggetto. Mi è simpatica. Mi doccio.
La tua camera. È piena. Troneggiano foto e bambù. Ti ricordi? Un anno e tre mesi fa. Promette bene la piantina. Scatole ovunque, di ogni colore e forma. Messaggi e foto. Il puff: fantastico puff. Duro puff. 2 Winnie. Li odio. Lo odio. E foto. Tv, stereo, un altro winnie, che continuo ad odiare, fottuto mostro giallo sempre contento e minchione, cd e…foto. Libri, tenda, tappeto, biancheria, il mare, profumi e …foto: mi dicono del passato tuo e nostro. Sfianca vedere di Cefalù. Ammorba la 4 A del Pitagora. C’è del sangue che mostra cicatrici fresche. Il tuo scorre. Manca una foto dall’ultima volta. Ne manca più di una. Ma quella me la ricordo bene. C’è un diddle disegnato. Non dico niente.
Che si fa? Che ti va? Pizza? Andiamo giù? Viene Snorky? Non ti va? Nessun problema.
E il ricordo dei ravioli mi da turbinio. Pausa di estasi: buoni!! Tu prendi la carne. Lei la pizza. Il cameriere la odia. Un tizio lombrosiano di rara bruttezza. Lei si è avvelenata. L’odio reciproco ad occhiata iniziale mi commuove sempre. Grosse risate e lacrime di crudo.
Cammino per l’Ippocrate. Un ragazzo, un uomo, bacia una ragazza, una giovane. Sono felici. È relativamente tardi. Si guardano. Si fermano. Si trascinano in un portone e si baciano. Le ragazze che mi accompagnano sorridono soddisfatte, o invidiose. Io guardo la scena e penso ad Hikmet. Un filo illogico, bianche e neri, e l’amore sull’Ippocrate.
Ciao Fè. Sono stanco. Domani sono di Roma. E dormo in quel di Roma. La fantastica.
Buongiorno cara! Buongiorno caro! Che farai? Mi sento con Lo. Dove andrai? In centro. Ci vediamo dopo pranzo. Dobbiamo arrivare presto. I primi. Come no. Bellissima Fede, l’entusiasmo è ai minimi storici, ma arriverà, eccome se verrà.
Come lo prendi il cornetto? Io?bhe …vuoto. Sai che sei triste? Fanculo fè. Vado a termini. Vai all’uni. Ho da fare alla Scrofa. Dove sei? Alla Scrofa. Prego? Sto arrivando, aspettami al palazzo di giustizia. Lo riconosci, è facile, è tutto bianco. Ovviamente mi perdo e sperdo. Il bianco che noto è l’Ara Pacis, mi sento demente. Sbaglio ponte e svendo sguardi. Dio che caldo. Maledetta, dove sei? Mi siedo ai bordi di una vasca. Posso notare una chiesa, una suora di nero vestita con in mano un rosario di legno. Che scena antica. Che scena rivoluzionaria…c’è un funerale. Soliti fiori e corone. Ma il morto, che cazzo se ne fa? Io voglio solo palloncini per quel giorno, i colori in base all’età raggiunta quel giorno. Lo so neppure io me ne farò molto di quei palloncini, ma almeno non puzzano di morto. Una turista, mi piace pensare lituana, mi sorride e si ferma sulle scale. Penso di essere particolarmente turista quest’oggi. E mi piaccio un po’. Oh maldestra befana, dove sei? Svaporo docilmente. Non parlo e sono in attesa. La turista baltica mi è sfuggita. E finalmente ti vedo dall’altra parte della strada. Ciao cara! Sei una delle persone più strane che conosco. Mi piaci. E mi fai piangere dal ridere. Dove mi porti? Voglio vedere trastevere. Mi manca quella zona. Bene. Armati di caschi, in giro per Roma. Il tuo mezzo è sicuro. La tua guida non posso dire il contrario. Questa è santa maria in trastevere. Si entra. Tedeschi ovunque. Bella. Molto. L’ho studiata all’epoca del liceo. Si esce. Ti attirano dei pupetti che giocano in terra, non penso abbiano più di un anno. Ce n’è uno con degli occhi grandi e blu. “prenderà la lebbra!” come sei poetica e micidialmente acida. Sei quasi nuda. Te lo faccio notare. Non ti scomponi. Compro cartolina, per te Jun* e per Alfabel. Oh amica pingue, non mi piacciono le foto con i gatti, né i mercati traianei. Mi piacciono questa e questa. Jun* e Alfabel sanno quali. Mi porti sull’isola, ma prima prometti yogurt: puoi prendere tutta la frutta che vuoi…ehmmm…c’è tutta…ehmmm…fichi, pesche, albicocche…ehmmm…fragole, cocco, banane…ehmmm…mirtilli, pere, kiwi…ehmmm…lò? Si? Sono allergico alla frutta…lo prenderò, per cronaca, all’Oro ciock. Scendiamo sull’isola, mangiamo la kilata di yogurt. E la zona sa di piscio. E la zona sa di anni andati. C’è chi prende il sole, e chi prende lettura. Che stai facendo? Scrivo. Tu studi. Cerchi casa. Anche io. Mi piace parlare con te. Lo sai. E non ti dispiace parlare con me. Lo so. Penso all’aeroporto, fanculo che stronza. Colonia. Ancora ricordo con imbarazzo i freni del carrello…che fesso. Vai a lezione, mi lasci all’altare. Oggi napolitano diventa presidente alle 5. la via è bloccata. Ci rivediamo domani lò. Ok? Bacio.
Mi sparo via del Corso. Taglio e arrivo in Spagna. Sono le due. Caldo e gelati. Mi siedo e ho Roma negli occhi. Boy band e giapponesi. Spagnoli paciocchi e un bambino in lacrime. Mi viene voglia di abbatterlo fisicamente. Piange isterico e mi disturba. La madre sembra profondamente angosciata. Non è permesso alcuno sforzo di biasimo. Si deve stare zitto. La mamma lo accompagna via e già invoco “santa subito”. Mi fermo al sole. E mi svendo altri sguardi. Ti scrivo Jun*, perché ci sei sempre e poi qui risulti amplificata. Scrivo dell’altro e una dedica su un baricco fresco di feltrinelli. Mi sembra un angolo di dipinto. C’è un tizio che legge Suskind. Sembro io. Sono io. Mi stacco e distacco e mi osservo dalla rampa. Che ci faccio qui? Osservo il modo di impugnare la penna, il bracciale nero, la maglia verde, gli occhi verdi, penna a sfera. Che bello che è.
Mi lascio al fashion e compro cK.
Torno da Fede. Pronti per Carmen. Doccia. Cambio. E letto momentaneo. L’Eur è in culo all’Eritrea. Ohi l’entusiasmo??? Arriva, arriva…ma facciamo quella scalinata lunghissima??? Si arriviamo prima….idea del cazzo. Prendiamo il Pala nel culo. Le file sono almeno sette. Ci buttiamo in zona parterre. È tipo un pride nel frattempo. Ovunque. Tu vuoi andare alla sbarra. Non ce la faremo. Ti fanno togliere il tappo dalla bottiglia. Tappo di merda. Entriamo. Siamo vicinissimi ma non come vuoi. Sbuffi e vuoi il gelato. Sei un po’ nello scazzo. Qui scatta la genialata. Ti siedi e scordi la bottiglia, senza tappo. Una pozza umida. Non ti imbarazzi né scomponi. Con classe ti siedi sulla pozza e dici di stare fresca. Crei scompiglio nei vicini, ma crei per due ore una piccola bolla d’aria. Ti sono grato. Inizia. Un gruppo che già invoco e imploro canta una prima canzone che mi dà sostegno e giubilo incondizionato. Dopo la prima li odio di brutto e invoco mali perenni alla loro prole. Tu li maledici. Esce Carmen. E il resto e nostro.
All’uscita svendo i miei sguardi. Ancora e ti incazzi un po’. Ci sono due troppo divertenti. Lei cessa ed enorme. Lui figo e triste. Una macchina li sta per ammazzare. Ridiamo delle tragedie altrui. La macchina non li ammazza. E adesso altra sensazione di vuoto celebrale: il ritorno in mingazzini. Bus notturno. 250 cristi sanguinanti e con i chiodi smunti che salgono. Io e te ci troviamo un buon posto. Che risate. Un polacco o uno slavo con la tipa ci sono praticamente attaccati al culo. Le posrte se si aprono mi smontano la clavicola. Passiamo dal colosseo. Vorrei fermarmi, tu acida mi dici di no. Fanculo. Arriviamo a termini. L’ebete dell’autista mi apre come minacciato la clavicola. Ho gridato ai natali della madre e alle sua corna. Mi piego dal dolore. Mi chiedi sulla salute e risaliamo. Mingazzini non è troppo distante. Finalmente si chiude la giornata. Ma prima maledizioni ai tuoi sms notturni. Povero idiota. Tu sai chi.

Fino all’ultimo” si perdeva nelle sensazioni delle ore prima, per tutta quella notte fatta di luci, ovunque, gialle e blu, sull’acqua dell’eur e sull’anfiteatro, nel bar che cazzo mi hai fatto evitare alle macchine che dall’altro lato della strada ci suonavano contro, fenomeno circense ancora energico.
La mattina è del “signor tentenna”, omaggio incondizionato alla serata di acqua in occhi e la sensazione è quella di festa, attesa di un regalo. Oggi si incontra qualcuno. non so se riesci ad immaginare. Colazione di bar. Per me doppia, fame blu. Passo affrettato verso città mia futura, universitaria e afosa. Lo sguardo dietro il nero della maschera segue “Private Hell”, chiedo informazioni ad una ragazza bionda, non ha idea di cosa le stia chiedendo. Demoralizzato mi sperdo. Certo che un inferno tutto mio, geniale…ma dove cazzo stai? Non ti si trova, non mi ti trovo. Eccoti, finalmente, sei diverso, cazzo, sei più alto (sono più basso merda) e stai bene, sei accaldato, noto borsa, maglia, scarpe, hai gli okkiali, mi sfugge sguardo, non perdo l’imbarazzo. Cambio musica mi parte un misto di radiohead che nn potrei giustificare. Come stai?bene e tu? Stanco. La voce? A fanculo. Un tè di raro schifo accompagna le prime battute. Francesco? Mari? Il viaggio? Roma?Sporca. Meta prossima il centro dell’Urbe. Fantastica Feltrinelli. Mi fiondo per monografia Sigur. Non c’è. Non ci credo. E mi partono gli Afterhours più cattivi. Tu hai trovato il necessario. Fede la dirotto sul Tondelli di cui già. Compra anche la ragazza dello sputnik. Tra tre giorni mi ringrazierà. Tu non so cosa cazzo hai. Sembri strano, si ci stà, ma mi fa sentire inappropriato. Dove vogliamo andare? Pantheon?Trevi? andiamo al pantheon nn l’ho mai visto, solo disegnato. Ok vi ci porto io. Pausa pizza al peso. Buona. Giro per strade secondarie. Ti guardo con in testa un momento di stasi Mogwai. Mi dispiace, sai. Di tutto. Nn sei tu oggi. Lo sai. Me lo farai capire. Ecco il pantheon, riconoscibile dalla puzza del terribile mc donald di fronte più che dall’americano zaro in infradito e cono d’ordinanza. Si entra? Certo. Volete andare all’opera domani sera? Si fanculo, io domani sono giù. Dentro è meno caldo. Cazzo sembri un bimbo. Nn so qnt volte ci sn entrato. Con te è cm per la prima volta. Perché nn piove dentro? E che ne so kiedi all’artista. Perché nn piove dentro? Nn lo so. Stikazzi. Dove andiamo? Mi sento bandabardò, uno due tre stella e vi porto a trevi. Si ok, non me lo avete chiesto ma voglio arrivarci io. Via delle vergine e delle zoccolette. Risate di infanti. Eccola. Fantastica. La amo. Per me è roma tutta. Ci sediamo. Fede fa la turista. Legge storie di sputnik. Come stai?bene. dai cazzo dimmi come stai. Mi diverto con voi. Sei giù. No. Ok. Che farai? ….
Ho sete e mi gira la testa. Un tizio mi guarda. Mi ha fatto l’occhiolino. Non te ne sei accorto. Rido. Ma nn te ne sei accorto. Ah magica roma, magica trevi. Prendo da bere. Fede vuole gelato. Mangia troppo sta ragazza. Vuoi il gelato? No. Ok.
Barberini è lontanissima. Giapponesi in fila. Tedeschi in gonnella. Magica roma.
È un rincorrersi di musiche in qst momento. Tutta quella tua. Chissa qnd ci rivedremo. Chissà che faremo, che farai. Cazzo ma io devo prendere il treno. Che palle. Policlinico. Via mingazzini. O devi prendere il bus in via regina margherita, hai capito? Si. Ti perderai, ne sn quasi certo. Vorrei abbracciarti. Così. E basta. Ti abbraccio. Anto, fai il bravo, prenditi cura dite, non sei solo, quando vuoi ci sn sempre, se hai bisogno di qlsiasi cosa, nn pensarci troppo e kiama, anto cazzo ti voglio bene, mi hai capito si o no? Sei proprio uno stronzo fottuto col cervello bruciato, ti voglio bene. Ma non te le dico qst cose.
Ciao. Ciao.
Alla prossima allora. Ok. Alla prossima.
E te ne vai. E me ne salgo.
Borsone pronto. Mi cambio. Sono triste. E si vede.
Fermata bus. Bus. Stazione treni. Treno.
Parto
E sono triste.
Sn triste e si vede.

A presto roma tutta. Grazie fantasmi amici.

giovedì 25 maggio 2006

PALUS PUTREDINIS


composte terre in strutturali complessioni sono Palus Putredinis
riposa tenue Ellie e tu mio corpo tu infatti tenue Ellie eri il mio corpo
immaginoso quasi conclusione di un estatica dialettica spirituale
noi che riceviamo la qualità dai tempi

tu e tu mio spazioso corpo
di flogisto che ti alzi e ti materializzi nell'idea del nuoto
sistematica costruzione in ferro filamentoso lamentoso
lacuna lievitata in compagnia di una tenace tematica
composta terra delle distensioni dialogiche insistenze intemperanze
le condizioni esterne è evidente esistono realmente queste condizioni
esistevano prima di noi ed esisteranno dopo di noi qui è il dibattimento
liberazioni frequenza e forza e agitazione potenziata e altro
aliquot lineae desiderantur
dove dormi cuore ritagliato
e incollato e illustrato con documentazioni viscerali dove soprattutto
vedete igienicamente nell'acqua antifermentativa ma fissati adesso
quelli i nani extratemporali i nani insomma o Ellie
nell'aria inquinata
in un costante cratere anatomico ellittico
perchè ulteriormente diremo che non possono crescere
tu sempre la mia natura rasserenata tu canzone metodologica
periferica introspezione dell'introversione forza centrifuga delimitata
Ellie tenue corpo di peccaminose escrescenze
che possiamo roteare
e rivolgere e odorare e adorare nel tempo
desiderantur (essi)
analizzatori e analizzatrici desiderantur (essi) personaggi anche
ed erotici e sofisticati
desiderantur desiderantur
Edoardo

martedì 23 maggio 2006

Morbida


Oggi ho avuto a che fare con il blu. Un alveare di spirali. Riesci ad immaginare posto più coperto e pregiato? Più proprio e silenziosamente protetto? Un blu morbido sospeso tra il nero e il cotone. Che ingannevole circostanza quella che mi spinge a chiedere lui riparo. Alla fine tutti vanno cercando un qualcosa, una sorte di verità incondizionata che spinge chiunque abbia una possibilità, alla riscossa interiore, alla presa di posizione, netta, di accredito primario. Certezza sociale che dia appoggio, solidità e candore. Una infinita gioia che è implicita nella ricerca dell’uomo in quanto essere, che diviene meta agognata, sensazione di bagno di sole. La forma di questa gioia appare ricercata e molteplice, la danza dei colori che lo compongono, non conosce stasi.
Oggi ho avuto a che fare con il blu. La gioia, ha assunto quella sembianza, e li mi sento protetto. Necessitavo di finzione, necessitavo di musica che mi rispondesse, che provasse a farmi capire l’importanza, del blu intendo. Gioia infinita, compagna fittizia, con la quale, grazie alla quale riuscire, a prescindere da cosa…riuscire.
Sono stanco ma ci sono. Ho trovato quella sensazione ufficiale di benessere moderato e per niente volgare che mi fa sorridere a luci spente.
Sto tranquillo. Per oggi grazie.